Tornatore – riflessioni di un regista

Giuseppe_Tornatore

fonte immagine: wikipedia

di Salvo Fallica

Non è certo soloun«regista da Oscar», Peppino Tornatore. È un uomo che riflette sulla sua terra, sui suoi mali.Prima di iniziare il viaggio nel mondo cultural-cinematografico del regista di Baarìa, unabattuta sull’attualità non può mancare.

Da intellettuale democratico cosa ha provato quando la notizia della bocciatura del Lodo Alfano ha fatto il giro del mondo?
«Come non apprezzare il fatto che una delle massime istituzioni abbia assunto le proprie responsabilità? »

Dall’attualità alla cultura.Tornatore ritiene che «Baarìa» sia la summa delle sue opere cinematografiche?
«Sinceramente è una domanda alla quale non mi sento preparato a dare una risposta. Ciascuno dei film che ho fatto, di volta in volta era in qualche modo la summa di quanto avevo sino a quel momento imparato ad interpretare attraverso il mio lavoro di cineasta, nel quale, appunto, non si finisce mai d’arricchirsi. Essendo Baarìa l’ultimoin ordine cronologico, posso dire che esso rappresenta la tappa più avanzata, nel bene e nel male, in ordine a quanto riesco ad esprimere in questo stadio della mia vita. Ciò che non sento di asserire è che trattandosi di un film molto personale esso sia, come qualcuno ha proposto, una sorta di conclusione del mio percorso che spero invece mi riservi ancora molte occasioni di ricerca e di battaglie creative ».

Se dovesse darne una definizione, per usare una parola cara al grande Wittgenstein, quale userebbe?
«Direi che Baarìa è semplicemente la proiezione interiore di un mondo reale, ormai inesistente, che nonsono capace di mostrare e rappresentare in un altro modo che risulti estraneo alla logica della mia fantasia».

Qual è l’elemento filosofico che funge da trait-d’union della sua attività culturale? Cosa, a suo giudizio, lega «Nuovo Cinema Paradiso» e «Baarìa»?
«Non saprei dire. Forse la consapevolezza o, se preferisce, l’illusione che per mezzo del cinema si possa intelligere l’esistenza umana più di quanto non si riesca a fare nella realtà. Se l’uomo non saprà mai fare a meno del cinema, è perché in esso ritrova quell’essenza di sé che più difficilmente può cogliere nella vita quotidiana. In questo senso misembra che Nuovo Cinema Paradiso e Baarìa siano due film talmentelegati l’uno all’altro da costituire quasi un unicum. In fondo la storia è potenzialmente la stessa, mail primo è una fiaba che si nutre di elementi realistici, il secondo invece è una storia realistica che si nutre di elementi fiabeschi. L’intenzione è una sola, quella di dare verosimiglianza allamemoria reinventata ».

Adesso, con la pubblicazione della sceneggiatura di «Baarìa» per Sellerio, si trova assieme allo scrittore siculo Andrea Camilleri nella collana «La memoria». Può vestire per l’Unità i panni del critico letterario e dare un giudizio sulla scrittura del suo grande conterraneo?
«Amo la sua generosità narrativa e la leggerezza espressiva, davvero un eccellente esempio di stile e di filosofia professionale per chiunque ami la scrittura. Ma soprattutto adoro la sua invenzione di un linguaggio siciliano prodigiosamente universale. Non è poco in un’epoca in cui persino la bandiera dei dialetti può essere sventolata in chiave antitaliana».

Dal cinema torniamo all’attualità. Parti della Sicilia franano. Dinnanzi a dei «disastri annunciati» che potrebbero essere evitati, qual è il suo stato d’animo?
«Una rabbia profonda. Il disgusto di sentirsi dire puntualmente che ogni disastro nel nostro paese era prevedibile e solo per l’ignavia di qualcunonon siamo riusciti ad evitarlo. Anche se fosse vero solo per il cinquanta per cento dei casi, ci sarebbe di che indignarsi».

Accanto ad una Sicilia che non funziona, ve ne è un’altra dinamica, vivace, coraggiosa.Vi sono persone che si affermano nei campi della cultura, dello spettacolo, delle professioni. Vi sono imprenditori che nonsolo conquistano spazi nei mercati nazionali ed internazionali, ma hanno ingaggiato una lotta serrata contro la mafia. Cosa ha provato quando la Confindustria siciliana guidata da Lo Bello e Montante ha lanciato la battagliacontro il racket delle estorsioni?
«Lei ha ricordato Wittgenstein. Per il quale ogni cosa equivale a ciò che è unito a ciò che non lo è. Intendo che la Sicilia è una sola, non due accanto. E i siciliani quando occorre sono coraggiosi. Già cento anni fa sulla mafia sapevano tutto e tutto avevano detto. C’è un manoscritto dell’allora questore di PalermoSangiorgi di circa mille pagine, mi pare. Non fu coerente, dopo, il comportamento dell’intero Stato e della società civile. Gli atti della Confindustria segnano un confine: si è oltrepassato ogni limite, è arrivato il tempo del coraggio. E della coerenza… Mi aspetto che la Confindustria promuova maggiori investimenti privati in Sicilia. Ognuno è bene che agisca, sulla lunga durata, con i propri mezzi». Cosa pensa dell’atteggiamento del presidente del Consiglio nei confronti della stampa che lo critica? Quanto pesa in negativo il conflitto di interessi sulla vita politicaesociale dell’Italia? «Niente di particolare. La libertà deve valere per tutti. Per la stampa, senza alcun dubbio, ma anche per il Presidente del Consiglio. Chiunque ingaggia una battaglia sa bene che a combattere si è almeno in due. Del conflitto di interessi penso che si sia fatto pesantissimo. Tutte le grandi questioni che non si sa, o forse non si vuole, o non si riesce comunque a risolvere, divengono un ingombro inerte per il confronto politico e per il rapporto tra la politica e i cittadini. Se fosse una sceneggiatura la soluzione la si cercherebbe nel “rovescio”, ovvero il capovolgimento inaspettato dei ruoli: il cattivo diviene buono e il buono cattivo. Ma temo che rendere il conflitto di interessi una occasione storica per l’avanzamento della nostra democrazia non sia realistico. Almeno per il momento. Bene che vada, occorrono anni e anni. La questione è concretissima e piena di nodi ben stretti, ogni volta che si provi a scioglierne uno si provocano grandi contrapposizioni».

Perché un intellettuale come Tornatore riesce a criticare il ministro Brunetta in maniera più incisiva di tanti politici dell’opposizione? «Forse perché i politici, persino quelli dell’opposizione, non si intendono più tanto di cinema. Se conoscessero la fatica e il dolore che c’è dietro ogni film, avrebbero avuto più argomenti per ribattere ai deliri antiparassitari di Brunetta».

È ottimista sul futuro dell’Italia?
«Ottimista, certo. Come solo un pessimista sa esserlo».
27 ottobre 2009

Fonte: www.unita.it

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