Diary of the Dead – Zombies e nuova comunicazione

di Emanuele Di Nicola

La premessa
Se solitamente è il contenuto che conta, stavolta è impossibile non segnalare il destino distributivo del film di George A. Romero. Diary of the Dead (2007), quinto capitolo della serie degli zombie, firmato da un regista che ha più volte riscritto le regole della narrazione cinematografica (tra i ’60 e gli ’80, ma non solo), esce con due anni di ritardo in un’unica sala italiana (Nuovo Cinema L’Aquila, Roma, quartiere Pigneto).

Acquistato in Italia dalla piccola e indipendente PFA Films, opera indipendente essa stessa (come tradizione del maestro), Diary ottiene una collocazione invisibile che non permetterà a nessuno di conoscerlo. Sperando nel futuro conforto di un Dvd, allora, dobbiamo registrare l’ennesimo episodio di oscurantismo contro un monumento – oggi non più di moda, ahinoi – e sperare che Survival of the Dead (sesto capitolo dei morti viventi, in concorso a Venezia 2009) guadagni un’altra visibilità.

Il film
Telegiornali pilotati, notizie embedded, versioni ufficiali. Dall’altra parte blogger, myspace, YouTube. E’ chiaro, stavolta è il sistema dell’informazione il bersaglio degli zombie di Romero. I quali, come al solito, sono l’innesco non di un semplice horror (peraltro destabilizzante nell’escalation di tensione), ma di una più ampia riflessione sul tessuto sociale americano e – per metonimia – globale. Cosa è vero e cosa è falso di ciò che vediamo in televisione? Il film apre con questo interrogativo, presentando un servizio di telegiornale sullo strano caso di una famiglia di immigrati negli States (e sottolineo: immigrati) che si “risveglia” dopo morta… Il filmato sarà poi manipolato nella messa in onda ufficiale, per rassicurare la popolazione sull’ennesima invasione, mentre circolerà in versione integrale online, riaffermando il contenuto della “notizia”. Per semplificare, media ufficiali/nuovi media è il dualismo che innerva l’intera pellicola.

Ma la questione è più complessa di così: al centro dell’intreccio, infatti, è il solito gruppo di ragazzi che vuole girare un film e usa telecamere amatoriali per catturare il risveglio dei morti. Subito si apre la riflessione sul mezzo, quindi il secondo livello di lettura, come in Cloverfield per intenderci. Il personaggio del regista, caricando un video zombiesco sul suo myspace, afferma trionfante: “Abbiamo avuto 70mila contatti in 8 minuti!”. Ma non era la televisione che comanda la nazione? Forse è il web, dunque. Però attenzione: Diary lascia intendere chiaramente che la metastasi di notizie incontrollate, dove ognuno racconta la sua versione del fatto, può generare mostri. In ogni caso, esattamente come per il cineasta, l’indipendenza resta il timone da seguire per un’informazione sostanzialmente trasparente.

Tutte riflessioni che si inseriscono comunque in un “film di Romero”: nel senso più classico del termine, con azione sincopata, istanti di horror puro (la memorabile scena del clown e la bambina), sarcasmo sociale a palate – l’arrivo dei militari: e sulle malefatte del potere si spengono le telecamere -, deliri apocalittici. E’ la fine del mondo e il predicatore urla dalla radio: “Pentitevi! Mettetevi in ginocchio!”. Come in Zombi (Dawn of the Dead, 1978) il prete con una gamba sola avvertiva i due soldati: “Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla terra…”. Romero è sempre imprescindibile, se qualcuno ce lo fa vedere.

(Diary of the Dead – Regia: George A. Romero – Cast: Joshua Close, Michelle Morgan, Shawn Roberts – Durata: 95′ – Distribuzione: PFA Films)

Fonte: Cinepressa Blog

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