La gioventù errante

2322428732_b3dc2b91ab

di Valeria Palermi

Questa è una storia che comincia male e finisce bene. È una storia sui giovani, comincia male perché parte dall’Italia. Ma basta allargare lo sguardo oltre i confini nazionali e le cose vanno meglio. E i giovani, per fortuna, sono nomadi: ‘Potenza nomade’, anzi. Li hanno chiamati così a Rimini, alle Giornate internazionali di studio Pio Manzù, dedicate a ‘valori, illusioni e speranze della gioventù errante’.

E già qui: potenza nomade o gioventù errante? In cammino verso una meta o vagabondi in cerca di un destino? Popolo allo stato liquido, secondo la metafora di Zygmunt Bauman, ovvero incerti, precari e confusi, o addirittura gassoso, per inconsistenza di progetti e prospettive? Gli sbeffeggiati bamboccioni o i potenti Millennials, che hanno mandato un nero sulla poltrona più importante del mondo?

I giovani sono un enigma demografico: si sottraggono a ogni tentativo di semplificazione. Del resto, se nella categoria oggi si infilano anche 35enni, che si pensano ancora debuttanti, vuol dire che il pianeta giovani è diventato una galassia. Dove si incontrano supernova e buchi neri.

ASCOLTA: Le nuove strade della creatività giovanile di Mafalda Stasi

Mal d’ItaliaRispetto ai coetanei europei, gli italiani hanno tassi di occupazione e scolarizzazione più bassi, salari di ingresso inferiori, minori ammortizzatori sociali e possibilità di ascesa: siamo l’unico Paese europeo dove il tasso di disoccupazione è più alto tra i giovani laureati che tra chi ha un livello di istruzione inferiore. Il testimone che gli adulti gli passano è uno spaventoso debito pubblico, tutto questo sarà tuo. Leggere ‘Contro i giovani’ di Tito Boeri e Vincenzo Salasso (Strade Blu), per capire come i genitori italiani, pur amandoli molto, stiano in effetti divorando le vite dei figli. “C’è un caso Italia. Qui i giovani sono ancora alla ricerca di cittadinanza, politica ed economica”, dice Paolo Balduzzi, ricercatore di Scienza delle finanze alla Cattolica di Milano. “Se la percentuale dei connazionali che emigra all’estero è del 5-6 per cento, tra i laureati sale al 7-8: più qualificato sei, più sei a disagio. L’Italia ha un problema di ‘degiovanimento’, come mostra uno studio condotto col professor Rosina (degiovanimento.com): non è solo questione di bassa natalità, ma del minor peso specifico dei giovani nella nostra società.

Entrano tardissimo nel mondo del lavoro, e sempre più tardi ci entreranno visto che si vuole innalzare l’età della pensione. Stentano a valorizzare il loro capitale umano, perché lo Stato delega alle famiglie compiti che sarebbero suoi. Il 18enne danese chiede aiuto allo Stato, l’italiano ai genitori. In Francia e Gran Bretagna la classe politica non è più giovane della nostra, però pensa al futuro. La nostra no: il peso elettorale dei sessantenni è maggiore di quello dei Millennials. Il Welfare state è tra i più squilibrati a loro sfavore: non hanno potere. Una contromisura potrebbe essere abbassare a 16 anni l’età per l’elettorato attivo, e 18 quello passivo, l’abolizione delle barriere all’entrata nelle Camere, 25 anni per quella dei deputati e 40 per il Senato”. Trentenni fregati dai genitori 68ini, o meglio da quelli che incendiavano il mondo nel ’77? “La classe dirigente di oggi arriva da lì, dai figli del 18 politico”, risponde Balduzzi: “Si può ripartire solo dal merito, dalla competizione. I ventenni ci credono”.

La speranza sono loro. I Millennials, diventati maggiorenni nel XXI secolo. Nati dopo l’82, hanno tra i 18 e i 27 anni. Sono loro che hanno fatto vincere Obama con l’attivismo. “Negli Usa sono tanti, in Italia pochi. Conterebbero di più se facessero massa con i nati in Italia da genitori stranieri”. A Milano oggi quasi un giovane su cinque è straniero, saranno loro a ringiovanire il Paese, ma per ora queste due fasce di giovani si temono.

I ventenni, dunque: meno bamboccioni dei trentenni, più propensi a rischiare, a uscire dalla famiglia. “Sono nativi digitali, nati nel mondo di Internet e dei computer, condividono più facilmente dei fratelli maggiori la tecnologia, che gli serve a passare valori e idee. Il fenomeno dell’Onda, nelle università, ha segnalato un risveglio dei giovani: mancano di rispetto ad autorità e genitori più di quanto abbiano mai fatto prima, e questo è un bene. Non sono scesi in piazza per il 6 politico, ma per difendere qualità degli studi e meritocrazia”.

“Saranno capaci di essere élite? Sono preparati a prendere decisioni? Da vedere. L’Onda è una forma positiva di partecipazione, ma i giovani rifiutano la politica, la trovano aberrante”, interviene Marisa Ferrari Occhionero, docente di Sociologia alla Facoltà di Scienze statistiche dell’Università La Sapienza di Roma. Libertà per loro non è partecipazione, ma sperimentazione. “Sono il prodotto di una società in trasformazione, perciò sperimentano: la Rete, forme di relazione, intelligenza collettiva, il privato che non è politico ma pubblico, grazie a Facebook o YouTube. Hanno una libertà di scelta mai vista: possono sposarsi o no, avere figli o no, restare in famiglia o no”. È la generazione del pluralismo valoriale: poche certezze e ancor meno ombrelli protettivi, certo non i partiti, la chiesa o le istituzioni. “Nella scala di valori mettono al top la famiglia, poi amici e tempo libero. Ultimo il lavoro: sono immersi in una cultura dell’effimero. Io vivo in università, tra studenti e dottorandi, giovani dai 18 ai 33 anni: se gli chiedo come vedono il futuro mi rispondono ‘Una minaccia’”, chiosa la sociologa: “Alla Sapienza lavoriamo a uno studio sugli atteggiamenti sociopolitici degli studenti, effettuato con 2.089 interviste: ne viene fuori un disagio sociale forte. La fiducia nelle istituzioni è bassissima. Però è robusta l’etica sociale: credono al volontariato, sono aperti verso gay e stranieri, sono per l’integrazione. È una generazione multiculturale”.

À la recherche di Harry Potter Peccato che noi adulti la loro cultura non la capiamo. Non ci sembra cultura, in effetti. “Il chitarrista Ted Nugent diceva, ‘Se il volume ti sembra troppo alto, sei vecchio’. Gli apocalittici d’oggi dovrebbero ricordarsi come venivano trattati loro da giovani”. Mafalda Stasi è un’esperta di controculture e linguaggi giovanili. Autrice di ‘God save the Cyberpunk’, vive da vent’anni all’estero, è professore associato all’Università VI di Parigi (mafaldastasi.net): “Credono in cose che non necessariamente capiamo. ‘Ci vediamo su Facebook’, la socialità per loro è questa. In classe hanno il portatile e non per i videogiochi: cercano su Google le cose di cui gli parli durante la lezione, si fanno da soli le note a piè di pagina. Producono cultura, a patto di saperla riconoscere: fanno ‘opere trasformative’ (transformativeworks.org/). Prendono racconti, musica, video, l’infinito materiale che si trova in Rete, e lo rimontano, lo espandono, gli danno nuova vita”. È fan fiction, creata cioè da appassionati: prendo Harry Potter, un manga, Goldrake o la cara vecchia Candy Candy, e lo animo, lo rimonto, gli creo una colonna sonora, immagino nuovi finali. “L’Italia è ancorata agli steccati tra cultura alta e bassa da Scuola di Francoforte, stenta a riconoscere dignità alla fan fiction. Che invece a volte ha una qualità più alta di tante cose pubblicate, perché nell’editoria si fa spesso a meno del controllo degli editor (costano troppo), mentre tra loro i giovani fanno intelligenza collettiva: collaborano nel principio della ‘mente alveare’, dove ogni individuo agisce per il bene della collettività, qui per migliorare l’opera finale”. Gratis, naturalmente, nel filone della Gift Economy: in parte un bene, in parte un problema. “Molti network ci guadagnano: mandateci contributi, li pubblicheremo. Senza pagare”, prosegue Stasi: “Ma in Giappone è nato il Comiket, da comic market, e si pagano i fan perché producano nuove storie dai materiali originali: così si crea un vivaio di giovani autori”.

VIDEO – Scenari di un futuro possibile

Potenza Nomade Fare rete. Dare opportunità al talento dei giovani. Concetto poco italiano, ma degli italiani che ci credono ci sono. Per esempio Marco Marinucci e Gianluca Dettòri: il primo però, dirigente di Google e mente di Mind The Bridge, vive a San Francisco; il secondo, fondatore di Dpixel, che fa nascere e finanzia start up tecnologiche, fa lo shuttle tra Italia e Usa. Al summit del Pio Manzù andranno a parlare di come i giovani possano fare impresa: su Internet e in Silicon Valley. “Un principio di Silicon Valley è ‘Give back’, dà ad altri quello che hai avuto tu. Mind the Bridge (mindthebridge.org) nasce da qui: per far incontrare giovani italiani con altri italiani che nella Valle ce l’hanno fatta, imprenditori di prima generazione”, spiega Marinucci: “Vogliamo creare eccellenza in Italia. Frenare la fuga dei cervelli, lavorare come fanno indiani e israeliani: coltivano i talenti anche all’estero perché restino nel loro paese. Ogni anno selezioniamo talenti da portare a veri business plan, gli insegniamo a presentare le loro idee, gli affianchiamo mentori. Alla fine apriamo la nostra rete, creiamo contatti”. Problemi? I ragazzi italiani faticano a pensare in grande. “Una ricerca mostra che alla domanda ‘Pensi di essere in controllo del tuo futuro?’, il 70 per cento dei giovani americani risponde ‘Sì’, tra gli italiani solo il 30. Questa generazione in America crede nel rischio, pensa di poter fare, in Italia no. Come dargli torto? Negli Usa ti danno la prima e anche la seconda opportunità: pensano che chi ha provato e fallito ha imparato una lezione utile. Da noi un insuccesso ti segna per sempre”.

Cacciatore di eccellenze è anche Dettòri. E ne trova: ventenni, trentenni che vogliono inventare il futuro. “Ogni anno a Dpixel riceviamo circa 500 business plan, da gruppi sulle tre persone: vuol dire che ci sono 1.500 ragazzi italiani ogni anno che puntano a creare la nuova Google. C’è un 22enne di Catania che forse riscriverà l’Internet di domani, studia frattali per sviluppare il software Netsukuku, cerca di risolvere enormi problemi matematici: un genio, mi fa pensare a John Nash. Dal suo lavoro potrebbe nascere l’Internet libera e gratuita per tutti. Telecom gli ha offerto una borsa di studio per Cambridge”. I nativi digitali, che la tecnologia la respirano, Dettòri li incontra tutti i giorni: “Hanno meno di 30 anni e una marcia in più, ma sono frustrati: in Italia c’è un conflitto generazionale evidentissimo, non si va avanti per merito, ma per inclusione, cioè raccomandazione, famiglia, appartenenza. Il Paese è gerontocratico, chi governa non sa nulla di Internet, anzi vuol chiudere Facebook. Pazzesco, tanto più per me che sono iscritto al Partito Pirata, quello nato in Svezia a favore delle libertà digitali, pro copyleft. In altre nazioni i giovani sono risorse, qui inesperti cui si nega un futuro”. Risultato: le ambizioni si fanno piccole. “Metà dei progetti li bocciamo perché timorosi. Questi ragazzi domani si dovranno confrontare per capacità e visione con quei draghi di cinesi e indiani.

Comunque resto fiducioso, il Dna del genio è ripartito equamente sul pianeta. Intorno a me respiro freschezza: un diciottenne mi è arrivato col business plan sotto il braccio, ‘Java cowboy’ si è presentato, voglio andare in Silicon Valley e far nascere la nuova Google, dov’è il problema?”.

(26 ottobre 2009)

Fonte: Informazione Libera

Annunci