Raiperunanotte – società consapevole contro la censura

Manca ormai solo un giorno alla grande iniziativa Raiperunanotte, voluta da un gruppo di giornalisti, fra cui Michele Santoro, per poter riuscire comunque a veicolare informazione sociale e politica in Italia nonostante l’intervento volto ad appiattire lo scambio informativo (con la scusa del rispetto di un principio di equità e di par condicio fra gli schieramenti), proprio a ridosso delle elezioni regionali; il provvedimento, come sappiamo, non ha tuttavia toccato le emittenti private (diretto organo di rappresentanza di uno di questi schieramenti), che in questo modo provvede da un mese a fare ininterrottamente una campagna elettorale a tappeto, senza scambi, senza contraddittori, senza confronti di alcun genere.

Per questo risulta fondamentale sostenere quanto più possibile l’iniziativa dei giornalisti coinvolti (fra cui ricordiamo anche Marco Travaglio e Giovanni Floris), in modo da dare la massima visibilità possibile a quello che sembra essere l’unico confronto possibile prima del voto, l’unico momento in cui avremo, tutti, la possibilità di valutare e comprendere la situazione politica e sociale italiana, lontano da sterili e propagandistici comizi e arringhe alle folle, volti solo a catturare l’attenzione di una popolazione anestetizzata dalle menzogne dorate e dai vuoti politici dominanti.

Qui di seguito trovate i “luoghi” principali in cui poter accedere all’evento, luoghi virtuali, che ci trovano tutti in qualche modo protagonisti e allo stesso tempo osservatori di un evento nato da una rete e da una compartecipazione che solo di recente in Italia si stanno affermando. Facciamole crescere.

Su internet

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elioelestorietese.it
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radioreggio.it
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Sul sito sono anche presenti delle mappe interattive per verificare facilmente, all’interno della propria regione, in quali piazze verranno organizzate proiezioni pubbliche, quali TV locali e quali stazioni radio trasmetteranno l’evento.

Per ogni altra informazione, potete visitare il sito dell’evento

Zittire Internet per la democrazia

di Francesco De Collibus

Se uno psicolabile scaglia un souvenir contro la faccia del Presidente del Consiglio, è chiaro di chi sia la colpa: di Internet,ovviamente.
E’ dimostrato come Tartaglia abbia organizzato tutto sin dall’inizio attraverso Internet.
Solo attraverso Internet ha potuto comprare dai mercanti d’armi internazionali quei letali ordigni a forma di Duomo, micidiali armi che in nessun caso potevano essere reperite nelle bancarelle di souvenir lì in piazza (1). Attraverso gli inganni di Internet il tentacolare Tartaglia ha poi manipolato gli uomini della scorta, convincendoli che fosse del tutto sicuro lasciar fare un bagno di folla a uno dei leader europei più controversi e contestati del secolo. Dulcis in fundo, solo grazie ai sofisticati algoritmi di puntamento dei centri di calcolo su Internet l’attentatore ha potuto indovinare la traiettoria di quella micidiale palombella. D’altronde la sorte di persone un attimino più concilianti di Silvio, quali Gandhi e Giovanni Paolo II, testimonia che mai e poi mai ai personaggi pubblici in una piazza gremita viene torto un capello (2).

Il problema quindi, secondo il Governo e tutte le persone di buona volontà, è uno solo: bisogna zittire Internet, filtrare, censurare, imporre la mordacchia, mettere il bavaglio (3).
Prima di Internet, infatti, i gesti di violenza politica non esistevano. Umberto I, l’arciduca Massimiliano, JFK, Aldo Moro, Olof Palme sono tutti morti per un incidente sulle montagne russe. Internet infatti è incivile e impedisce alla gente di parlare e confrontare le proprie opinioni. La televisione invece aiuta il confronto e la tolleranza, specie quando due tronisti fanno a botte in prima serata, o Sgarbi azzanna qualcuno alla gola, o Corona frattura una mano (la sua, per fortuna). La televisione è una palestra di democrazia dove possiamo imparare i valori fondanti del vivere insieme, come il colore preferito di mascara di Valeria Marini, i consigli dell’esperto per abbronzare le chiappe, oppure la weltanschauung di Alfonso Signorini declinata su questa edizione del Grande Fratello . Su Wikipedia troviamo solo ciarpame buono per non fare i compiti a scuola, o video di disabili picchiati su youtube, che sia mille volte maledetto chi ha caricato quel video: i ragazzi prima del pestaggio non si erano pettinati.
E’ poi del tutto chiaro che se qualcuno esprime un sentimento sconveniente su Internet, come gioia per la disgrazia capitata, questo sentimento si manifesta solo su Internet e a causa di Internet. Quella stessa persona non esprimerà mai e poi mai la stessa opinione al bar, con gli amici, o in altre sedi. E’ Internet il problema, è Internet che causa il disagio, non, per fare una ipotesi fantasiosa, una azione di Governo rissosa e scellerata.
Inoltre, Internet è in mano a una sola persona, quindi è facile da controllare, perché ha un comitato editoriale che stabilisce cosa può uscire su Internet e cosa no. In televisione invece ognuno può dire le corbellerie che vuole liberamente e questo spiega, ad esempio, gli editoriali di Minzolini.
Internet non fa circolare liberamente le idee.
Internet non avvicina i continenti e i popoli.
Internet non sviluppa il potenziale nascosto delle persone, ovunque esse si trovino.
Internet non è un luogo di confronto e di incontro con gli altri.
Internet non è l’espressione più compiuta della democrazia che il mondo abbia mai visto, come gli antichi Ateniesi neanche se la potevano sognare.
Internet è solo una fucina di terrorismo, un bassofondo in cui si inneggia alla morte del Premier e a un attentatore psicolabile, bassofondo peraltro già ghettizzato dal Decreto Pisanu con la disciplina d accesso alla rete più farraginosa del mondo. Roba che neanche gli USA post-11 settembre del peggiore Bush si potevano sognare.
E’ giusto che il Governo operi un giro di vite di repressione sulle opinioni, cosa che non è per nulla caratteristica dei regimi con problemi di consenso. I “Capi di Internet”, saranno messi alla sbarra: ci rimarrà l’oasi di libertà del TG4, e l’imparzialità degna di Catone del Tg1 e del rinnovato Corriere della Sera. Come dice la pubblicità, una informazione di parte genera persone immobili. L’informazione “imparziale”, come la intendono loro, invece fa girare qualcosa, altroché! A me fa girare le gonadi, per esempio.

NOTE:

1) Sempre attraverso losche aste su Internet il folle si è procurato un altro oggetto esotico: il crocifisso. Questo strambo oggetto che l’attentatore intendeva scagliare contro il Premier è particolarmente raro in Italia, e del tutto introvabile poi negli edifici pubblici.
2) Il personaggio – come si evince da alcune intercettazioni di Tarantini – sembra non credere neppure all’esistenza dell’HIV, probabilmente è convinto della sua invulnerabilità e immortalità personale. Lo sbigottimento sincero, l’incredulità che lo ha preso alla vista del suo stesso sangue è inquietantemente simile a quella di Serse del film 300, quando dall’alto del suo trono semidivino viene ferito dal giavellotto di Leonida, e solo allora realizza di essere mortale.
3) Preoccupazione che il governo condivide con quello delle altri grandi nazioni democratiche che aspiriamo a emulare, Cina, Libia, Iran, Bielorussia, Corea del Nord.

Fonte: http://www.carmillaonline.com/archives/2009/12/003292.html

Diary of the Dead – Zombies e nuova comunicazione

di Emanuele Di Nicola

La premessa
Se solitamente è il contenuto che conta, stavolta è impossibile non segnalare il destino distributivo del film di George A. Romero. Diary of the Dead (2007), quinto capitolo della serie degli zombie, firmato da un regista che ha più volte riscritto le regole della narrazione cinematografica (tra i ’60 e gli ’80, ma non solo), esce con due anni di ritardo in un’unica sala italiana (Nuovo Cinema L’Aquila, Roma, quartiere Pigneto).

Acquistato in Italia dalla piccola e indipendente PFA Films, opera indipendente essa stessa (come tradizione del maestro), Diary ottiene una collocazione invisibile che non permetterà a nessuno di conoscerlo. Sperando nel futuro conforto di un Dvd, allora, dobbiamo registrare l’ennesimo episodio di oscurantismo contro un monumento – oggi non più di moda, ahinoi – e sperare che Survival of the Dead (sesto capitolo dei morti viventi, in concorso a Venezia 2009) guadagni un’altra visibilità.

Il film
Telegiornali pilotati, notizie embedded, versioni ufficiali. Dall’altra parte blogger, myspace, YouTube. E’ chiaro, stavolta è il sistema dell’informazione il bersaglio degli zombie di Romero. I quali, come al solito, sono l’innesco non di un semplice horror (peraltro destabilizzante nell’escalation di tensione), ma di una più ampia riflessione sul tessuto sociale americano e – per metonimia – globale. Cosa è vero e cosa è falso di ciò che vediamo in televisione? Il film apre con questo interrogativo, presentando un servizio di telegiornale sullo strano caso di una famiglia di immigrati negli States (e sottolineo: immigrati) che si “risveglia” dopo morta… Il filmato sarà poi manipolato nella messa in onda ufficiale, per rassicurare la popolazione sull’ennesima invasione, mentre circolerà in versione integrale online, riaffermando il contenuto della “notizia”. Per semplificare, media ufficiali/nuovi media è il dualismo che innerva l’intera pellicola.

Ma la questione è più complessa di così: al centro dell’intreccio, infatti, è il solito gruppo di ragazzi che vuole girare un film e usa telecamere amatoriali per catturare il risveglio dei morti. Subito si apre la riflessione sul mezzo, quindi il secondo livello di lettura, come in Cloverfield per intenderci. Il personaggio del regista, caricando un video zombiesco sul suo myspace, afferma trionfante: “Abbiamo avuto 70mila contatti in 8 minuti!”. Ma non era la televisione che comanda la nazione? Forse è il web, dunque. Però attenzione: Diary lascia intendere chiaramente che la metastasi di notizie incontrollate, dove ognuno racconta la sua versione del fatto, può generare mostri. In ogni caso, esattamente come per il cineasta, l’indipendenza resta il timone da seguire per un’informazione sostanzialmente trasparente.

Tutte riflessioni che si inseriscono comunque in un “film di Romero”: nel senso più classico del termine, con azione sincopata, istanti di horror puro (la memorabile scena del clown e la bambina), sarcasmo sociale a palate – l’arrivo dei militari: e sulle malefatte del potere si spengono le telecamere -, deliri apocalittici. E’ la fine del mondo e il predicatore urla dalla radio: “Pentitevi! Mettetevi in ginocchio!”. Come in Zombi (Dawn of the Dead, 1978) il prete con una gamba sola avvertiva i due soldati: “Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla terra…”. Romero è sempre imprescindibile, se qualcuno ce lo fa vedere.

(Diary of the Dead – Regia: George A. Romero – Cast: Joshua Close, Michelle Morgan, Shawn Roberts – Durata: 95′ – Distribuzione: PFA Films)

Fonte: Cinepressa Blog

Horror TV – (de)generazione mediatica

 

TV_Horror_by_muffin57

Fonte Immagine: Deviantart

Un po’ di zapping, e si è nel trash puro. Perché nella nostra televisione generalista regnano criteri ferrei: occorrono femmine scosciate e discussioni virulente. Specchio del Paese? Più probabilmente oggi la tv rispecchia se stessa, si esalta della propria cattiva creanza, riversa sugli spettatori la pessima qualità di programmi in cui tutti hanno capito che conviene litigare con tutti. In modo bipartisan o tripartisan, che importa. Ciò che conta è il trionfo della rissosità, anche nei programmi pomeridiani o domenicali: obesi contro magri, un classico visto di recente mille volte, oppure monogami contro adulteri, va sempre bene. Se dev’essere rissa, che rissa sia.

 

E poi quelli di sinistra dicono che non c’è libertà d’informazione. Sono faziosi o estremisti, secondo la classificazione di Angelo Panebianco sul ‘Corriere’. Fanno manifestazioni a Roma e osservano con finto sconforto la caduta dell’Italia nelle classifiche internazionali (secondo Reporters sans frontières siamo caduti al 49 posto, un gradino appena sopra la Romania). Ma anche le classifiche sono faziose, e tutte le associazioni che contengono il lemma ‘senza frontiere’ sono estremiste, e al momento buono occorre tenere presente un solo vero principio: il pluralismo.

Sotto questo aspetto non c’è da lamentarsi. Perché è vero che ultimamente c’è stato il tentativo di allestire una fiction di regime, con il kolossal ‘Barbarossa’, firmato da Renzo Martinelli e con Umberto Bossi come ‘guest star’: soldi del popolo, una paccata di milioni di euro, per celebrare l’epos della Lega. Per fortuna il film è risultato fallimentare, con i critici che hanno parlato di una “miseria formale” e il botteghino che piange. Ma in compenso, oltre all’epica ufficiosa, abbiamo anche almeno due televisioni ufficiali: la tv del silenzio e quella dell’urlo. Dovremmo essere negli standard giusti. Quindi vediamole nel dettaglio, le due televisioni.

La tv del silenzio prende corpo con la nomina a direttore del Tg1 di Augusto Minzolini. Occorre considerare che secondo le analisi di Ilvo Diamanti più dell’80 per cento della società italiana trae le informazioni dalla tv. E quindi il Tg1 ha una funzione strategica. Se il Tg1 non dà una notizia, quella notizia non esiste. Chi deve darla, il Tg5? Figurarsi. Ragion per cui, se Minzolini spiega con un editoriale che il caso della prostituzione di regime, rivelata dalla escort Patrizia D’Addario e dall’inchiesta barese sull’imprenditore Gianpaolo Tarantini, non è degno di essere messo in scaletta, lo scandalo semplicemente non c’è. Il pubblico riceverà al massimo notizie frammentarie, enigmi, barlumi di fatti ridotti al rango di ‘gossip’.

Mentre tutto il mondo civile con la sua informazione libera, una specie di nuova Radio Londra, mette nel mirino la vita allegra di Silvio Berlusconi, qui da noi si fanno abili giochi di prestigio: la realtà scompare, et voilà, si materializzano candide colombe, ma notizie, mai. L’importante è sfuggire ai vizi della faziosità e dell’estremismo, capire quindi che le seratine a Palazzo Grazioli fanno parte del tempo libero di una persona schiacciata dal lavoro, che avrà pur diritto a qualche ora di svago (ma non aveva raccontato, il premier, che lavorava fino a ore impossibili, e la luce accesa nella sua stanza era la prova del suo eroismo? Bah.).

Quando uno ne ha abbastanza della tv del silenzio, ecco in alternativa la tv dell’urlo. È sempre stata una tecnica degli esponenti di destra quella di saltare sulla voce degli interlocutori di sinistra, portando il dibattito all’incomunicabilità. Ma adesso l’urlo ha trovato interpreti di alta se non altissima classe. Specialisti di questa disciplina sono per esempio il direttore di ‘Libero’ Belpietro e il condirettore del ‘Giornale’ Sallusti. Certo non ci si può inventare urlatori dalla sera alla mattina. L’urlatore provetto deve avere in repertorio alcuni brani celebri, in voga nei migliori bar. Eccone alcuni. Mani pulite è stata una macchinazione gestita dalle toghe rosse. Il primo governo Berlusconi è caduto per colpa di un avviso di garanzia spedito durante un vertice internazionale. Il capo del governo, sempre Berlusconi, ha subito 106 processi. La Corte costituzionale sul Lodo Alfano ha smentito se stessa, essendo un organo politicizzato “con undici membri di sinistra”. Con la nuova legge elettorale il popolo ha ‘eletto’ Berlusconi a presidente del Consiglio.

Non basta? Qualcuno di voi sostiene che a far cadere il primo Berlusconi fu Bossi? Che i processi al premier sono 12 (più altri quattro in arrivo); che la Consulta è stata coerente con se stessa in quanto il Lodo Alfano era un’ingiuria alla Costituzione; che secondo la legge elettorale vigente non si elegge nessun capo del governo, ma solo si indica nel simbolo il capo della coalizione? Ecco, con ogni probabilità voi appartenete al pericoloso partito del Gruppo Espresso, quello di ‘Repubblica’ e di Carlo De Benedetti, che tenta di sovvertire la volontà popolare.

Non è facile resistere alla tv dell’urlo. Come si fa a rispondere in modo sensato quando qualcuno, sgolandosi, sostiene che i registratori di cassa furono introdotti per dare un aiutino a De Benedetti, e altre leggende metropolitane di questo tipo, a partire dalla Omnitel ‘regalata’ all’Ingegnere? Ci vuole forse la caparbietà di Rosy Bindi, la nostra Angela Merkel, che è riuscita a sgranocchiarsi il ministro Sacconi sfoderando numeri, tagli e politiche sballate sulla sanità. Ma che fare di fronte a un agguato come quello praticato contro il giudice Mesiano da ‘Mattino 5′, punta di lancia di Mediaset? Questa non è la tv del silenzio e neppure dell’urlo: è la televisione trash del complotto, della diffamazione praticata con ogni mezzo: “Su questo giudice ne vedremo delle belle”, aveva detto Berlusconi in persona. Di bellissime: i calzini “turchesi”, le “stravaganze”. Poi le scuse, un po’ pelose. Ma intanto il danno è fatto, l’intimidazione compiuta. Colpiscine uno per educarne cento. Alla fine, se qualcuno si lamenta, interviene la tv del silenzio. Oppure la tv dell’urlo. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Questo è pluralismo. Questo è trash. Questa è la tv della libertà.

(26 ottobre 2009)

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/benvenuti-nella-horror-tv/2113161&ref=hpsp

Fonte: Informazione Libera