Zittire Internet per la democrazia

di Francesco De Collibus

Se uno psicolabile scaglia un souvenir contro la faccia del Presidente del Consiglio, è chiaro di chi sia la colpa: di Internet,ovviamente.
E’ dimostrato come Tartaglia abbia organizzato tutto sin dall’inizio attraverso Internet.
Solo attraverso Internet ha potuto comprare dai mercanti d’armi internazionali quei letali ordigni a forma di Duomo, micidiali armi che in nessun caso potevano essere reperite nelle bancarelle di souvenir lì in piazza (1). Attraverso gli inganni di Internet il tentacolare Tartaglia ha poi manipolato gli uomini della scorta, convincendoli che fosse del tutto sicuro lasciar fare un bagno di folla a uno dei leader europei più controversi e contestati del secolo. Dulcis in fundo, solo grazie ai sofisticati algoritmi di puntamento dei centri di calcolo su Internet l’attentatore ha potuto indovinare la traiettoria di quella micidiale palombella. D’altronde la sorte di persone un attimino più concilianti di Silvio, quali Gandhi e Giovanni Paolo II, testimonia che mai e poi mai ai personaggi pubblici in una piazza gremita viene torto un capello (2).

Il problema quindi, secondo il Governo e tutte le persone di buona volontà, è uno solo: bisogna zittire Internet, filtrare, censurare, imporre la mordacchia, mettere il bavaglio (3).
Prima di Internet, infatti, i gesti di violenza politica non esistevano. Umberto I, l’arciduca Massimiliano, JFK, Aldo Moro, Olof Palme sono tutti morti per un incidente sulle montagne russe. Internet infatti è incivile e impedisce alla gente di parlare e confrontare le proprie opinioni. La televisione invece aiuta il confronto e la tolleranza, specie quando due tronisti fanno a botte in prima serata, o Sgarbi azzanna qualcuno alla gola, o Corona frattura una mano (la sua, per fortuna). La televisione è una palestra di democrazia dove possiamo imparare i valori fondanti del vivere insieme, come il colore preferito di mascara di Valeria Marini, i consigli dell’esperto per abbronzare le chiappe, oppure la weltanschauung di Alfonso Signorini declinata su questa edizione del Grande Fratello . Su Wikipedia troviamo solo ciarpame buono per non fare i compiti a scuola, o video di disabili picchiati su youtube, che sia mille volte maledetto chi ha caricato quel video: i ragazzi prima del pestaggio non si erano pettinati.
E’ poi del tutto chiaro che se qualcuno esprime un sentimento sconveniente su Internet, come gioia per la disgrazia capitata, questo sentimento si manifesta solo su Internet e a causa di Internet. Quella stessa persona non esprimerà mai e poi mai la stessa opinione al bar, con gli amici, o in altre sedi. E’ Internet il problema, è Internet che causa il disagio, non, per fare una ipotesi fantasiosa, una azione di Governo rissosa e scellerata.
Inoltre, Internet è in mano a una sola persona, quindi è facile da controllare, perché ha un comitato editoriale che stabilisce cosa può uscire su Internet e cosa no. In televisione invece ognuno può dire le corbellerie che vuole liberamente e questo spiega, ad esempio, gli editoriali di Minzolini.
Internet non fa circolare liberamente le idee.
Internet non avvicina i continenti e i popoli.
Internet non sviluppa il potenziale nascosto delle persone, ovunque esse si trovino.
Internet non è un luogo di confronto e di incontro con gli altri.
Internet non è l’espressione più compiuta della democrazia che il mondo abbia mai visto, come gli antichi Ateniesi neanche se la potevano sognare.
Internet è solo una fucina di terrorismo, un bassofondo in cui si inneggia alla morte del Premier e a un attentatore psicolabile, bassofondo peraltro già ghettizzato dal Decreto Pisanu con la disciplina d accesso alla rete più farraginosa del mondo. Roba che neanche gli USA post-11 settembre del peggiore Bush si potevano sognare.
E’ giusto che il Governo operi un giro di vite di repressione sulle opinioni, cosa che non è per nulla caratteristica dei regimi con problemi di consenso. I “Capi di Internet”, saranno messi alla sbarra: ci rimarrà l’oasi di libertà del TG4, e l’imparzialità degna di Catone del Tg1 e del rinnovato Corriere della Sera. Come dice la pubblicità, una informazione di parte genera persone immobili. L’informazione “imparziale”, come la intendono loro, invece fa girare qualcosa, altroché! A me fa girare le gonadi, per esempio.

NOTE:

1) Sempre attraverso losche aste su Internet il folle si è procurato un altro oggetto esotico: il crocifisso. Questo strambo oggetto che l’attentatore intendeva scagliare contro il Premier è particolarmente raro in Italia, e del tutto introvabile poi negli edifici pubblici.
2) Il personaggio – come si evince da alcune intercettazioni di Tarantini – sembra non credere neppure all’esistenza dell’HIV, probabilmente è convinto della sua invulnerabilità e immortalità personale. Lo sbigottimento sincero, l’incredulità che lo ha preso alla vista del suo stesso sangue è inquietantemente simile a quella di Serse del film 300, quando dall’alto del suo trono semidivino viene ferito dal giavellotto di Leonida, e solo allora realizza di essere mortale.
3) Preoccupazione che il governo condivide con quello delle altri grandi nazioni democratiche che aspiriamo a emulare, Cina, Libia, Iran, Bielorussia, Corea del Nord.

Fonte: http://www.carmillaonline.com/archives/2009/12/003292.html

WiFi libero – appelli da più fronti

L’obiettivo era creare una Carta per la liberazione dell’Wi-Fi italiano, soffocato dal decreto Pisanu. Alla fine il risultato è arrivato: imprenditori, politici, manager, blogger, giuristi e altro – in una logica bipartisan – hanno concordato il testo che potete leggere qui sotto. Oltre alla Carta e ai suoi firmatari, c’è il pezzo che uscirà domani e il testo della proposta ad hoc di legge Cassinelli-Concia: per evitare che il Wi-Fi venga strozzato ancora dalle misure questurine in vigore. Ogni altra idea per portare avanti questa piccola battaglia civile è benvenuta. LA CARTA DEI CENTO PER IL LIBERO WI-FI Il 31 dicembre 2009 sono in scadenza alcune disposizioni del cosiddetto Decreto Pisanu (”Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”) che assoggettano la concessione dell’accesso a Internet nei pubblici esercizi a una serie di obblighi quali la richiesta di una speciale licenza al questore. Lo stesso Decreto, inoltre, obbliga i gestori di tutti gli esercizi pubblici che offrono accesso a Internet all’identificazione degli utenti tramite documento d’identità . Queste norme furono introdotte per decreto pochi giorni dopo gli attentati terroristici di Londra del luglio 2005, senza alcuna analisi d’impatto economico-sociale e senza discussione pubblica. Doveva essere provvisoria, ed è infatti già scaduta due volte (fine 2007 e fine 2008) ma è stata due volte prorogata. Si tratta di norme che non hanno alcun corrispettivo in nessun Paese democratico; nemmeno il Patriot Act USA, approvato dopo l’11 settembre 2001, prevede l’identificazione di chi si connette a Internet da una postazione pubblica. Tra gli effetti di queste norme, ce n’è uno in particolare: il freno alla diffusione di Internet via Wi-Fi, cioè senza fili. Gli oneri causati dall’obbligo di identificare i fruitori del servizio sono infatti un gigantesco disincentivo a creare reti wireless aperte. Non a caso l’Italia ha 4,806 accessi WiFi mentre in Francia ce ne sono cinque volte di più. Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet. Nel mondo la Rete si apre sempre di più, grazie alle tecnologie wireless e ai tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici: in Italia invece abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, contrarie alla sua immediatezza ed efficacia e onerose anche da un punto di vista economico. Questa politica rappresenta una limitazione nei fatti al diritto dei cittadini all’accesso alla Rete e un ostacolo per la crescita civile, democratica, scientifica ed economica del nostro Paese. Per questo, in vista della nuova scadenza del 31 dicembre, chiediamo al governo e al parlamento di non prorogare l’efficacia delle disposizioni del Decreto Pisanu in scadenza e di abrogare la previsione relativa all’obbligo di identificazione degli utenti contribuendo così a promuovere la diffusione della Rete senza fili per tutti. L’articolo per L’espresso in edicola venerdì 19 In «nessun Paese occidentale, neppure dove sono più rigorose le misure contro il terrorismo, è prevista una normativa tanto restringente in materia di identificazione di chi accede a Internet da postazioni pubbliche». E «costringere chi vuole accedere a Internet a sottoporsi alla procedura oggi prevista è un enorme disincentivo all’utilizzo della Rete». Quindi questa legge va cambiata, anche perché «la crescita economica, sociale e culturale dell’Italia non può prescindere da una piena diffusione delle moderne tecnologie di comunicazione». Chi ha scritto queste dure parole contro il cosiddetto decreto Pisanu del 2005, quello che sta soffocando il Web senza fili in Italia? Né un pirata informatico né un estremista di sinistra, ma un pacioso deputato del Popolo delle Libertà, Roberto Cassinelli. Il quale, da ex liberale, si è accorto che così com’è stata varata nel 2005 la legge ha effetti disastrosi sulla comunicazione on line in Italia. Infatti se si obbliga un fornitore pubblico di Internet a identificare con la carta d’identità chiunque usi la sua connessione, di fatto si uccide il Wi-Fi. Chiunque sia stato negli ultimi anni in una metropoli americana o europea lo sa bene: in ogni parco pubblico, panchina o coffee shop basta accendere il pc (o lo smart phone) e si trovano subito due o tre reti disponibili, gratis o a pagamento, attraverso le quali connettersi on line. In Italia, niente o quasi: e quei pochi che mettono a disposizione il proprio hot-spot devono prendersi la briga di chiedere un documento di ogni utente e di inviare i dati alla questura, un po’ come a Cuba o in Birmania. Il decreto Pisanu era stato approvato in tutta fretta sull’onda emotiva delle stragi di Al Qaeda a Londra e Madrid: si era pensato che i terroristi islamisti potessero utilizzare Internet (e in particolare i cyber point gestiti da extracomunitari) per preparare eventuali attentati sul nostro territorio. Peccato che niente del genere sia stato mai imposto da nessuno dei Paesi che veramente hanno pagato la follia omicida di Al Qaeda: nemmeno gli Stati Uniti, che dopo l’11 settembre hanno passato il Patriot Act con diverse inedite limitazioni alle libertà personali (comprese le intercettazioni del traffico dati sul Web) ma nessun obbligo di registrazione per chi si connette. Un unicum italiano, insomma. Che tra l’altro doveva essere provvisorio (con scadenza alla fine del 2007) ed è invece stato prorogato due volte, prima dal governo Prodi e poi da quello attuale. E l’aria che tira non è buona nemmeno quest’anno, con gli allarmi antiterrorismo che vengono lanciati dal ministro Maroni. Ma nonostante ciò, questa volta alcune fette di società civile e di politica hanno deciso di muoversi per tempo e di provare a sensibilizzare l’opinione pubblica prima che a dicembre il consueto decreto Milleproroghe ammazzi la Rete senza fili per un altro anno. È nata così la Carta dei Cento per il libero Wi-Fi (vedere riquadro) in cui per la prima volta si chiede al governo e al Parlamento di emancipare Internet da quella norma antistorica, che penalizza ulteriormente il nostro Paese già molto indietro nella connessione al Web rispetto al resto d’Europa. Un’iniziativa, quella dei Cento, non di parte e voluta soprattutto da imprenditori del Web (tra gli altri, il fondatore di Vitaminic Gianluca Dettori, il patron di Magnolia Giorgio Gori, il proprietario di Banzai Paolo Ainio, il creatore di Blogosfere Marco Montemagno), manager e consulenti legati all’innovazione (come Marco Pancini di Google, Alberto Fedel di Newton e Mafe de Baggis di Youplus), docenti universitari (come Abruzzese, Revelli, Vattimo, De Kerkhove, Bonaga e Marramao), direttori di fondazioni come quella creata da Montezemolo, ItaliaFutura (Andrea Romano) o quella finiana FareFuturo (Alessandro Campi), giuristi (Stefano Rodotà, Guido Scorza ed Elvira Berlingieri), ovviamente blogger (come Luca Sofri e Massimo Mantellini) e direttori di nuove testate (Tommaso Tessarolo di Current tv e Riccardo Luna di “Wired”). Ci sono anche scrittori (Elena Stancanelli, Piergiorgio Paterlini e il recente vincitore dello Strega, Tiziano Scarpa), mentre non sono moltissimi i politici, tra i quali tuttavia si segnalano Ignazio Marino, Mercedes Bresso, Ivan Scalfarotto, Marco Cappato e Giuseppe Civati. Particolarmente interessanti sono due firme vicine al mondo militare, come quella del generale (ed ex vicecomandante della Nato) Fabio Mini e dell’esperto di questioni belliche del “Giornale” Andrea Nativi: convinti anche loro che le norme in questione non abbiano alcuna efficacia nella prevenzione del terrorismo, e che quindi il decreto Pisanu, almeno nella parte che riguarda il Web, non abbia ragione di esistere. La Carta dei Cento, che verrà inviata a Berlusconi e ai capigruppo, si accompagna alla proposta di legge bipartisan di Cassinelli (è stata firmata insieme a Paola Concia, del Pd) che non liberalizzerebbe totalmente l’accesso all’WiFi ma migliorerebbe comunque l’attuale normativa: si lascerebbe ad esempio al ministro la possibilità di valutare se sopprimere integralmente la necessità di identificazione, delegandolo a stabilire «le ipotesi in cui si renda necessaria la preventiva identificazione» e in ogni caso prevede strumenti d’identificazione diversi dall’esibizione di un documento d’identità, come ad esempio un modulo on line nel quale l’utente digiterà il proprio numero di cellulare, al quale poi arriverà un sms con un codice per accedere alla Rete. Niente di rivoluzionario, e il passaggio obbligatorio del messaggino inibirebbe comunque una delle caratteristiche migliori del Web (l’immediatezza della connessione), ma un piccolo passo in avanti rispetto alle attuali misure questurine. Il che, nell’Italia di oggi, non sarebbe comunque disprezzabile. LA PROPOSTA DI LEGGE CASSINELLI-CONCIA Il decreto legge 27 luglio 2005, n. 144 (cosiddetto « decreto Pisanu »), convertito dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, fu emanato a venti giorni di distanza dagli attentati terroristici avvenuti a Londra il 7 luglio dello stesso anno. In questo clima, il Governo allora in carica stabilì d’urgenza alcune disposizioni con l’obiettivo di garantire la sicurezza dello Stato, prevenendo il rischio di attacchi di matrice terroristica. Inizialmente, alcune parti del decreto dovevano essere provvisorie, ma sono state due volte prorogate: prima nel 2007, poi nel 2008. Tra le disposizioni ivi contenute che non hanno scadenza, ve ne sono alcune relative alle comunicazioni telefoniche e telematiche, ed all’utilizzo di postazioni pubbliche per accedere alla rete internet. Orbene, tale decreto-legge ha delegato il Ministro dell’interno ad adottare, di concerto con il Ministro delle comunicazioni ed il Ministro dell’innovazione tecnologica, una apposita regolamentazione per definire le modalità di identificazione degli utenti dei servizi di accesso ad internet tramite postazioni pubbliche (i cosiddetti internet point) o non vigilate o tramite punti di accesso pubblici a tecnologia senza fili. Il Ministro dell’interno ha così emanato il decreto 16 agosto 2005, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 190 del giorno seguente, all’interno del quale è stabilito che i gestori degli esercizi che offrono tali servizi di connessione sono tenuti ad « identificare chi accede ai servizi telefonici e telematici offerti, prima dell’accesso stesso o dell’offerta di credenziali di accesso, acquisendo i dati anagrafici riportati su un documento di identità, nonché il tipo, il numero e la riproduzione del documento presentato dall’utente ». Dal testo del decreto, quindi, emerge chiaramente che questa procedura deve essere svolta in maniera del tutto manuale: l’utente è costretto a presentarsi fisicamente da un addetto per consegnargli il proprio documento, che questi fotocopierà ed archivierà. È evidente che questo iter fa perdere quel carattere di immediatezza ed autonomia che è tipico delle nuove tecnologie ed, in particolare, degli strumenti del web: costringere chi vuole accedere ad internet a sottoporsi a questa procedura è un enorme disincentivo all’utilizzo di punti di connessione pubblici e, conseguente, all’utilizzo della rete. Va sottolineato anche in questa sede come la crescita economica, sociale e culturale dell’Italia non possa prescindere da una piena diffusione delle moderne tecnologie di comunicazione, le quali sono al tempo stesso strumenti di comunicazione, di lavoro e luoghi di scambio e confronto democratico. La normativa attualmente in vigore è, di fatto, un freno allo sviluppo di questi strumenti e quindi alla crescita del Paese. È inoltre opportuno evidenziare che in nessun Paese occidentale, neppure laddove sono più rigorose le misure contro il terrorismo, è prevista una normativa tanto restringente in materia di necessità e modalità di identificazione di chi accede ad internet tramite postazioni pubbliche. Si pensi che neppure all’interno della legge 107-56 degli Stati Uniti d’America (il cosiddetto « USA PATRIOT Act »), firmata dal Presidente George W. Bush il 26 ottobre 2001 a seguito degli attentati dell’11 settembre, si trovano disposizioni di simile tenore. Per tutte queste ragioni, la presente proposta di legge vuole modificare l’articolo 7, comma 4, della legge 155/2005, delegando il Ministro dell’interno ad adottare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico ed il Ministro della pubblica amministrazione e innovazione, un decreto nel quale si stabilisca in quali ipotesi è necessaria l’identificazione dell’utente (lasciando quindi spazio a situazioni nelle quali tale identificazione non è affatto richiesta), che deve essere comunque possibile svolgere « indirettamente » e prescindendo « dall’identificazione fisica » del soggetto. Cioè, si vuole far sì che, ove il Ministro dell’interno ritenga necessario identificare l’utente, la procedura possa avvenire in maniera del tutto automatica, senza la necessità di presentare un documento d’identità, onde evitare la necessità di una personale interazione tra l’utente ed un addetto terzo. Ad esempio, il decreto del Ministro dell’interno potrà stabilire che sia consentita l’identificazione tramite carta SIM: in questo caso, per collegarsi ad internet sarà necessario inserire in una apposita schermata il proprio numero di cellulare, al quale verrà inviato automaticamente un codice da digitare per l’accesso in rete. Così, dal momento che tutte le utenze di telefonia mobile attivate da operatori italiani sono intestate a persone rintracciabili senza difficoltà, non è messa a repentaglio la sicurezza dello Stato poiché l’utente è comunque identificato, ma la procedura di identificazione avviene in maniera del tutto automatica ed autonoma, senza così che venga meno il carattere di immediatezza tipico delle nuove tecnologie. In questo modo, nel nostro Paese potrebbe finalmente crescere il numero di punti di accesso pubblici o senza fili, dando così una forte spinta allo sviluppo di internet da cui dipendono, in buona parte, le sorti dell’Italia di domani. __ ART. 1. 1. L’articolo 7, comma 4, della legge 31 luglio 2005, n. 155, di conversione del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, è sostituito dal seguente: « 4. Con decreto del Ministro dell’interno di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con il Ministro della pubblica amministrazione e innovazione, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, sono stabilite le misure che il titolare o il gestore di un esercizio in cui si svolgono le attività di cui al comma 1 è tenuto ad osservare per il monitoraggio delle operazioni dell’utente e per l’archiviazione dei relativi dati, anche in deroga a quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 122, e dal comma 3 dell’articolo 123 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, nonché le ipotesi in cui si renda necessaria la preventiva identificazione, anche indiretta, dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate, ovvero punti di accesso pubblici a tecnologia senza fili, per accedere alla rete internet, specificando fra le modalità di identificazione del soggetto almeno un’ipotesi che prescinda dall’identificazione fisica del medesimo ». 2. Il decreto di cui al comma precedente è adottato entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge. Fino alla pubblicazione di tale decreto sulla Gazzetta Ufficiale, continuano a trovare applicazione le disposizioni di cui al decreto ministeriale 16 agosto 2005 « Misure di preventiva acquisizione di dati anagrafici dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche ovvero punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fili, ai sensi dell’articolo 7, comma 4, del decreto- legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155 ». (L’immagine di questo post è tratta da Wifighters.it) http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/26/la-carta-dei-cento-per-il-libero-wi-fi/#more-5287

Diary of the Dead – Zombies e nuova comunicazione

di Emanuele Di Nicola

La premessa
Se solitamente è il contenuto che conta, stavolta è impossibile non segnalare il destino distributivo del film di George A. Romero. Diary of the Dead (2007), quinto capitolo della serie degli zombie, firmato da un regista che ha più volte riscritto le regole della narrazione cinematografica (tra i ’60 e gli ’80, ma non solo), esce con due anni di ritardo in un’unica sala italiana (Nuovo Cinema L’Aquila, Roma, quartiere Pigneto).

Acquistato in Italia dalla piccola e indipendente PFA Films, opera indipendente essa stessa (come tradizione del maestro), Diary ottiene una collocazione invisibile che non permetterà a nessuno di conoscerlo. Sperando nel futuro conforto di un Dvd, allora, dobbiamo registrare l’ennesimo episodio di oscurantismo contro un monumento – oggi non più di moda, ahinoi – e sperare che Survival of the Dead (sesto capitolo dei morti viventi, in concorso a Venezia 2009) guadagni un’altra visibilità.

Il film
Telegiornali pilotati, notizie embedded, versioni ufficiali. Dall’altra parte blogger, myspace, YouTube. E’ chiaro, stavolta è il sistema dell’informazione il bersaglio degli zombie di Romero. I quali, come al solito, sono l’innesco non di un semplice horror (peraltro destabilizzante nell’escalation di tensione), ma di una più ampia riflessione sul tessuto sociale americano e – per metonimia – globale. Cosa è vero e cosa è falso di ciò che vediamo in televisione? Il film apre con questo interrogativo, presentando un servizio di telegiornale sullo strano caso di una famiglia di immigrati negli States (e sottolineo: immigrati) che si “risveglia” dopo morta… Il filmato sarà poi manipolato nella messa in onda ufficiale, per rassicurare la popolazione sull’ennesima invasione, mentre circolerà in versione integrale online, riaffermando il contenuto della “notizia”. Per semplificare, media ufficiali/nuovi media è il dualismo che innerva l’intera pellicola.

Ma la questione è più complessa di così: al centro dell’intreccio, infatti, è il solito gruppo di ragazzi che vuole girare un film e usa telecamere amatoriali per catturare il risveglio dei morti. Subito si apre la riflessione sul mezzo, quindi il secondo livello di lettura, come in Cloverfield per intenderci. Il personaggio del regista, caricando un video zombiesco sul suo myspace, afferma trionfante: “Abbiamo avuto 70mila contatti in 8 minuti!”. Ma non era la televisione che comanda la nazione? Forse è il web, dunque. Però attenzione: Diary lascia intendere chiaramente che la metastasi di notizie incontrollate, dove ognuno racconta la sua versione del fatto, può generare mostri. In ogni caso, esattamente come per il cineasta, l’indipendenza resta il timone da seguire per un’informazione sostanzialmente trasparente.

Tutte riflessioni che si inseriscono comunque in un “film di Romero”: nel senso più classico del termine, con azione sincopata, istanti di horror puro (la memorabile scena del clown e la bambina), sarcasmo sociale a palate – l’arrivo dei militari: e sulle malefatte del potere si spengono le telecamere -, deliri apocalittici. E’ la fine del mondo e il predicatore urla dalla radio: “Pentitevi! Mettetevi in ginocchio!”. Come in Zombi (Dawn of the Dead, 1978) il prete con una gamba sola avvertiva i due soldati: “Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla terra…”. Romero è sempre imprescindibile, se qualcuno ce lo fa vedere.

(Diary of the Dead – Regia: George A. Romero – Cast: Joshua Close, Michelle Morgan, Shawn Roberts – Durata: 95′ – Distribuzione: PFA Films)

Fonte: Cinepressa Blog