Buona notte, San Tino: il trailer

Buonanotte, San Tino – il trailer
Cortometraggio contro l’usura, realizzato nell’ambito del Programma generale di intervento 2009 della Regione Lazio con l’utilizzo dei fondi del Ministero dello sviluppo economico.

Prodotto da CO.Di.Ci e CollAttivo HIVE
Con la collaborazione di ADUC e UNUSS
Con Andrea Roncato – regia di Federico Moschetti

Macelleria sociale

Siamo un non-paese,una finta nazione,una pseudo-società e a ricordarcelo,senza rendersene conto,è chi ne approfitta per le sue sparate (appunto,il partito dell’amore).Abbiamo distrutto un paio di generazioni,costringendole a campare senza prospettive a casa delle loro famiglie,ma non vogliamo cambiare una virgola del sistema economico e politico che ha prodotto questo scempio.
Quindi?Fomentazione del conflitto generazionale,in questo caso,della guerra tra poveri in un altro,insulti e minacce verbali una volta agli uni(bamboccioni, fannulloni),una volta agli altri(stavolta,i pensionati,ieri la sinistra che,parole sue,del ministro del partito dell’amore,dovrebbe andare a morire ammazzata).E il popolo,spettatore affamato,che reagisce come il cane di Pavlov:abbaia una volta contro uno,una volta contro l’altro.

Mi chiedo:quanti sono coloro i quali si rendono conto che queste sparate accoppiano capre e cavoli,distraggono dai problemi che pretendono di affrontare e fanno male alla società?Abbiamo affidato i destini di milioni di persone a prestigiatori e imbonitori,ce ne accorgeremo tardi,del tempo perso appresso a queste sparate.Brunetta parla tanto per parlare e ottenere visibilità da parte dei media.I giovani non vogliono l’elemosina da parte di un governo che un giorno dice una cosa ed il giono dopo se la rimangia,vogliono lavoro,ma lavoro vero e non poche ore al giorno e per qualche mese e poi a spasso.Un lavoro che offra dignità nel vivere,che dia la possibilità di programmare il proprio futuro,di poter avere una casa ed una famiglia.

Le risorse ci sono,basterebbe far pagare le tasse a tutti e combattere seriamente e una volte per tutte la piaga dell’evasione,cosa che il governo Berlusconi si guarda bene di fare perchè è consapevole che una buona parte del suo elettorato è composta da evasori grandi e piccoli che,stimolati anche dalle affermazioni di Berlusconi,non vogliono pagare il dovuto per sostenere le spese dello Stato.
Altre fonti di spreco del denaro pubblico si possono individuare con facilità come per esempio le spese per gli enti inutili,per la pletora di parlamentari compresa una drastica riduzione dello stipendio.Brunetta lo sa ma anche lui fa parte della casta e non ha nessuna intenzione di rinunciare alla abbuffata,come dimostra il fatto che vuole contemporaneamente fare il sindaco di una grande città senza abbandonare la poltrona da parlamentare interpretando forzatamente a suo favore una legge che lo vieta.Meglio allora spolpare i pensionati,tanto sono vecchi ed hanno poche esigenze.Ma fino a quando dovremo sopportare uno così?
Non bisogna essere dei maghi della finanza per sapere che i genitori, in buona parte, già oggi stanno aiutando i figli ad uscire di casa e a mantenersi, contribuendo a pagare affitti stratosferici che certo un lavoro precario non può garantire (perchè esiste il lavoro precario a 1000 euro al mese anche dopo 3,4,5,6,7 anni di precariato, altro che favola che dopo 2 anni la maggioranza dei precari viene stabilizzata). E il ministro cosa pensa, di togliere ai genitori pensionati per dare ai loro figli? Ma si vergogni, pensi piuttosto a tassare le rendite e le grandi ricchezze, a colpire gli evasori, altro che scudo fiscale. I un paese in cui il 10% della popolazione possiede il 55% della ricchezza, non dovrebbe essere difficile. Più equità Brunetta, meno elemosina e meno guerra tra poveri.
Ha del genio l’aspirante Ministro-Sindaco, non c’è che dire! Dapprima ipotizza una legge che costringa i “bamboccioni” a uscire di casa. Poi parzialmente si ravvede, rammentandosi egli che il governo “iberale” di cui fa parte non deve/non può intervenire nei comportamenti individuali: e allora ridimensiona il tutto a mera “provocazione”, se non altro per vedere le reazioni o il dibattito che induce. Poi gli viene la grande idea: 500 euro al mese a chi esce di casa! Da reperire dove? Ma è semplice, suvvia! agendo ancora sulle pensioni di anzianità, secondo il motto “Meno ai padri, più ai figli!”.
Idea geniale, davvero, dato che già avendo il governo Berlusconi (come del resto quelli che lo hanno precededuto) inferto qualche colpo al principio dei diritti acquisiti, si può ben rincarare la dose: non sarà qualche astrattezza giuridica a impedire il nobile scopo di liberare i giovani dall’oppressione genitoriale! Rimane un (piccolo) quesito, anzi due (il secondo davvero irrilevante).
Il primo è: il Ministro conosce il costo medio dell’affitto di un minilocale? Il secondo è se il Ministro-Economista si renda conto che, in una economia stagnante, o peggio per un po’ ancora decrescente, l’allungamento dell’età pensionabile rallenterà ancor più l’ingresso nel mondo del lavoro di quei giovani che egli, giustamente, vuole “liberare”. Poiché il Ministro queste cose le conosce benissimo, non resta che dire che egli ha ancora una volta perso l’occasione per tacersi… Oh, povera Venezia!

Fonte: Kliggmagazine

Alecella #2

La gioventù errante

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di Valeria Palermi

Questa è una storia che comincia male e finisce bene. È una storia sui giovani, comincia male perché parte dall’Italia. Ma basta allargare lo sguardo oltre i confini nazionali e le cose vanno meglio. E i giovani, per fortuna, sono nomadi: ‘Potenza nomade’, anzi. Li hanno chiamati così a Rimini, alle Giornate internazionali di studio Pio Manzù, dedicate a ‘valori, illusioni e speranze della gioventù errante’.

E già qui: potenza nomade o gioventù errante? In cammino verso una meta o vagabondi in cerca di un destino? Popolo allo stato liquido, secondo la metafora di Zygmunt Bauman, ovvero incerti, precari e confusi, o addirittura gassoso, per inconsistenza di progetti e prospettive? Gli sbeffeggiati bamboccioni o i potenti Millennials, che hanno mandato un nero sulla poltrona più importante del mondo?

I giovani sono un enigma demografico: si sottraggono a ogni tentativo di semplificazione. Del resto, se nella categoria oggi si infilano anche 35enni, che si pensano ancora debuttanti, vuol dire che il pianeta giovani è diventato una galassia. Dove si incontrano supernova e buchi neri.

ASCOLTA: Le nuove strade della creatività giovanile di Mafalda Stasi

Mal d’ItaliaRispetto ai coetanei europei, gli italiani hanno tassi di occupazione e scolarizzazione più bassi, salari di ingresso inferiori, minori ammortizzatori sociali e possibilità di ascesa: siamo l’unico Paese europeo dove il tasso di disoccupazione è più alto tra i giovani laureati che tra chi ha un livello di istruzione inferiore. Il testimone che gli adulti gli passano è uno spaventoso debito pubblico, tutto questo sarà tuo. Leggere ‘Contro i giovani’ di Tito Boeri e Vincenzo Salasso (Strade Blu), per capire come i genitori italiani, pur amandoli molto, stiano in effetti divorando le vite dei figli. “C’è un caso Italia. Qui i giovani sono ancora alla ricerca di cittadinanza, politica ed economica”, dice Paolo Balduzzi, ricercatore di Scienza delle finanze alla Cattolica di Milano. “Se la percentuale dei connazionali che emigra all’estero è del 5-6 per cento, tra i laureati sale al 7-8: più qualificato sei, più sei a disagio. L’Italia ha un problema di ‘degiovanimento’, come mostra uno studio condotto col professor Rosina (degiovanimento.com): non è solo questione di bassa natalità, ma del minor peso specifico dei giovani nella nostra società.

Entrano tardissimo nel mondo del lavoro, e sempre più tardi ci entreranno visto che si vuole innalzare l’età della pensione. Stentano a valorizzare il loro capitale umano, perché lo Stato delega alle famiglie compiti che sarebbero suoi. Il 18enne danese chiede aiuto allo Stato, l’italiano ai genitori. In Francia e Gran Bretagna la classe politica non è più giovane della nostra, però pensa al futuro. La nostra no: il peso elettorale dei sessantenni è maggiore di quello dei Millennials. Il Welfare state è tra i più squilibrati a loro sfavore: non hanno potere. Una contromisura potrebbe essere abbassare a 16 anni l’età per l’elettorato attivo, e 18 quello passivo, l’abolizione delle barriere all’entrata nelle Camere, 25 anni per quella dei deputati e 40 per il Senato”. Trentenni fregati dai genitori 68ini, o meglio da quelli che incendiavano il mondo nel ’77? “La classe dirigente di oggi arriva da lì, dai figli del 18 politico”, risponde Balduzzi: “Si può ripartire solo dal merito, dalla competizione. I ventenni ci credono”.

La speranza sono loro. I Millennials, diventati maggiorenni nel XXI secolo. Nati dopo l’82, hanno tra i 18 e i 27 anni. Sono loro che hanno fatto vincere Obama con l’attivismo. “Negli Usa sono tanti, in Italia pochi. Conterebbero di più se facessero massa con i nati in Italia da genitori stranieri”. A Milano oggi quasi un giovane su cinque è straniero, saranno loro a ringiovanire il Paese, ma per ora queste due fasce di giovani si temono.

I ventenni, dunque: meno bamboccioni dei trentenni, più propensi a rischiare, a uscire dalla famiglia. “Sono nativi digitali, nati nel mondo di Internet e dei computer, condividono più facilmente dei fratelli maggiori la tecnologia, che gli serve a passare valori e idee. Il fenomeno dell’Onda, nelle università, ha segnalato un risveglio dei giovani: mancano di rispetto ad autorità e genitori più di quanto abbiano mai fatto prima, e questo è un bene. Non sono scesi in piazza per il 6 politico, ma per difendere qualità degli studi e meritocrazia”.

“Saranno capaci di essere élite? Sono preparati a prendere decisioni? Da vedere. L’Onda è una forma positiva di partecipazione, ma i giovani rifiutano la politica, la trovano aberrante”, interviene Marisa Ferrari Occhionero, docente di Sociologia alla Facoltà di Scienze statistiche dell’Università La Sapienza di Roma. Libertà per loro non è partecipazione, ma sperimentazione. “Sono il prodotto di una società in trasformazione, perciò sperimentano: la Rete, forme di relazione, intelligenza collettiva, il privato che non è politico ma pubblico, grazie a Facebook o YouTube. Hanno una libertà di scelta mai vista: possono sposarsi o no, avere figli o no, restare in famiglia o no”. È la generazione del pluralismo valoriale: poche certezze e ancor meno ombrelli protettivi, certo non i partiti, la chiesa o le istituzioni. “Nella scala di valori mettono al top la famiglia, poi amici e tempo libero. Ultimo il lavoro: sono immersi in una cultura dell’effimero. Io vivo in università, tra studenti e dottorandi, giovani dai 18 ai 33 anni: se gli chiedo come vedono il futuro mi rispondono ‘Una minaccia’”, chiosa la sociologa: “Alla Sapienza lavoriamo a uno studio sugli atteggiamenti sociopolitici degli studenti, effettuato con 2.089 interviste: ne viene fuori un disagio sociale forte. La fiducia nelle istituzioni è bassissima. Però è robusta l’etica sociale: credono al volontariato, sono aperti verso gay e stranieri, sono per l’integrazione. È una generazione multiculturale”.

À la recherche di Harry Potter Peccato che noi adulti la loro cultura non la capiamo. Non ci sembra cultura, in effetti. “Il chitarrista Ted Nugent diceva, ‘Se il volume ti sembra troppo alto, sei vecchio’. Gli apocalittici d’oggi dovrebbero ricordarsi come venivano trattati loro da giovani”. Mafalda Stasi è un’esperta di controculture e linguaggi giovanili. Autrice di ‘God save the Cyberpunk’, vive da vent’anni all’estero, è professore associato all’Università VI di Parigi (mafaldastasi.net): “Credono in cose che non necessariamente capiamo. ‘Ci vediamo su Facebook’, la socialità per loro è questa. In classe hanno il portatile e non per i videogiochi: cercano su Google le cose di cui gli parli durante la lezione, si fanno da soli le note a piè di pagina. Producono cultura, a patto di saperla riconoscere: fanno ‘opere trasformative’ (transformativeworks.org/). Prendono racconti, musica, video, l’infinito materiale che si trova in Rete, e lo rimontano, lo espandono, gli danno nuova vita”. È fan fiction, creata cioè da appassionati: prendo Harry Potter, un manga, Goldrake o la cara vecchia Candy Candy, e lo animo, lo rimonto, gli creo una colonna sonora, immagino nuovi finali. “L’Italia è ancorata agli steccati tra cultura alta e bassa da Scuola di Francoforte, stenta a riconoscere dignità alla fan fiction. Che invece a volte ha una qualità più alta di tante cose pubblicate, perché nell’editoria si fa spesso a meno del controllo degli editor (costano troppo), mentre tra loro i giovani fanno intelligenza collettiva: collaborano nel principio della ‘mente alveare’, dove ogni individuo agisce per il bene della collettività, qui per migliorare l’opera finale”. Gratis, naturalmente, nel filone della Gift Economy: in parte un bene, in parte un problema. “Molti network ci guadagnano: mandateci contributi, li pubblicheremo. Senza pagare”, prosegue Stasi: “Ma in Giappone è nato il Comiket, da comic market, e si pagano i fan perché producano nuove storie dai materiali originali: così si crea un vivaio di giovani autori”.

VIDEO – Scenari di un futuro possibile

Potenza Nomade Fare rete. Dare opportunità al talento dei giovani. Concetto poco italiano, ma degli italiani che ci credono ci sono. Per esempio Marco Marinucci e Gianluca Dettòri: il primo però, dirigente di Google e mente di Mind The Bridge, vive a San Francisco; il secondo, fondatore di Dpixel, che fa nascere e finanzia start up tecnologiche, fa lo shuttle tra Italia e Usa. Al summit del Pio Manzù andranno a parlare di come i giovani possano fare impresa: su Internet e in Silicon Valley. “Un principio di Silicon Valley è ‘Give back’, dà ad altri quello che hai avuto tu. Mind the Bridge (mindthebridge.org) nasce da qui: per far incontrare giovani italiani con altri italiani che nella Valle ce l’hanno fatta, imprenditori di prima generazione”, spiega Marinucci: “Vogliamo creare eccellenza in Italia. Frenare la fuga dei cervelli, lavorare come fanno indiani e israeliani: coltivano i talenti anche all’estero perché restino nel loro paese. Ogni anno selezioniamo talenti da portare a veri business plan, gli insegniamo a presentare le loro idee, gli affianchiamo mentori. Alla fine apriamo la nostra rete, creiamo contatti”. Problemi? I ragazzi italiani faticano a pensare in grande. “Una ricerca mostra che alla domanda ‘Pensi di essere in controllo del tuo futuro?’, il 70 per cento dei giovani americani risponde ‘Sì’, tra gli italiani solo il 30. Questa generazione in America crede nel rischio, pensa di poter fare, in Italia no. Come dargli torto? Negli Usa ti danno la prima e anche la seconda opportunità: pensano che chi ha provato e fallito ha imparato una lezione utile. Da noi un insuccesso ti segna per sempre”.

Cacciatore di eccellenze è anche Dettòri. E ne trova: ventenni, trentenni che vogliono inventare il futuro. “Ogni anno a Dpixel riceviamo circa 500 business plan, da gruppi sulle tre persone: vuol dire che ci sono 1.500 ragazzi italiani ogni anno che puntano a creare la nuova Google. C’è un 22enne di Catania che forse riscriverà l’Internet di domani, studia frattali per sviluppare il software Netsukuku, cerca di risolvere enormi problemi matematici: un genio, mi fa pensare a John Nash. Dal suo lavoro potrebbe nascere l’Internet libera e gratuita per tutti. Telecom gli ha offerto una borsa di studio per Cambridge”. I nativi digitali, che la tecnologia la respirano, Dettòri li incontra tutti i giorni: “Hanno meno di 30 anni e una marcia in più, ma sono frustrati: in Italia c’è un conflitto generazionale evidentissimo, non si va avanti per merito, ma per inclusione, cioè raccomandazione, famiglia, appartenenza. Il Paese è gerontocratico, chi governa non sa nulla di Internet, anzi vuol chiudere Facebook. Pazzesco, tanto più per me che sono iscritto al Partito Pirata, quello nato in Svezia a favore delle libertà digitali, pro copyleft. In altre nazioni i giovani sono risorse, qui inesperti cui si nega un futuro”. Risultato: le ambizioni si fanno piccole. “Metà dei progetti li bocciamo perché timorosi. Questi ragazzi domani si dovranno confrontare per capacità e visione con quei draghi di cinesi e indiani.

Comunque resto fiducioso, il Dna del genio è ripartito equamente sul pianeta. Intorno a me respiro freschezza: un diciottenne mi è arrivato col business plan sotto il braccio, ‘Java cowboy’ si è presentato, voglio andare in Silicon Valley e far nascere la nuova Google, dov’è il problema?”.

(26 ottobre 2009)

Fonte: Informazione Libera

Tornatore – riflessioni di un regista

Giuseppe_Tornatore

fonte immagine: wikipedia

di Salvo Fallica

Non è certo soloun«regista da Oscar», Peppino Tornatore. È un uomo che riflette sulla sua terra, sui suoi mali.Prima di iniziare il viaggio nel mondo cultural-cinematografico del regista di Baarìa, unabattuta sull’attualità non può mancare.

Da intellettuale democratico cosa ha provato quando la notizia della bocciatura del Lodo Alfano ha fatto il giro del mondo?
«Come non apprezzare il fatto che una delle massime istituzioni abbia assunto le proprie responsabilità? »

Dall’attualità alla cultura.Tornatore ritiene che «Baarìa» sia la summa delle sue opere cinematografiche?
«Sinceramente è una domanda alla quale non mi sento preparato a dare una risposta. Ciascuno dei film che ho fatto, di volta in volta era in qualche modo la summa di quanto avevo sino a quel momento imparato ad interpretare attraverso il mio lavoro di cineasta, nel quale, appunto, non si finisce mai d’arricchirsi. Essendo Baarìa l’ultimoin ordine cronologico, posso dire che esso rappresenta la tappa più avanzata, nel bene e nel male, in ordine a quanto riesco ad esprimere in questo stadio della mia vita. Ciò che non sento di asserire è che trattandosi di un film molto personale esso sia, come qualcuno ha proposto, una sorta di conclusione del mio percorso che spero invece mi riservi ancora molte occasioni di ricerca e di battaglie creative ».

Se dovesse darne una definizione, per usare una parola cara al grande Wittgenstein, quale userebbe?
«Direi che Baarìa è semplicemente la proiezione interiore di un mondo reale, ormai inesistente, che nonsono capace di mostrare e rappresentare in un altro modo che risulti estraneo alla logica della mia fantasia».

Qual è l’elemento filosofico che funge da trait-d’union della sua attività culturale? Cosa, a suo giudizio, lega «Nuovo Cinema Paradiso» e «Baarìa»?
«Non saprei dire. Forse la consapevolezza o, se preferisce, l’illusione che per mezzo del cinema si possa intelligere l’esistenza umana più di quanto non si riesca a fare nella realtà. Se l’uomo non saprà mai fare a meno del cinema, è perché in esso ritrova quell’essenza di sé che più difficilmente può cogliere nella vita quotidiana. In questo senso misembra che Nuovo Cinema Paradiso e Baarìa siano due film talmentelegati l’uno all’altro da costituire quasi un unicum. In fondo la storia è potenzialmente la stessa, mail primo è una fiaba che si nutre di elementi realistici, il secondo invece è una storia realistica che si nutre di elementi fiabeschi. L’intenzione è una sola, quella di dare verosimiglianza allamemoria reinventata ».

Adesso, con la pubblicazione della sceneggiatura di «Baarìa» per Sellerio, si trova assieme allo scrittore siculo Andrea Camilleri nella collana «La memoria». Può vestire per l’Unità i panni del critico letterario e dare un giudizio sulla scrittura del suo grande conterraneo?
«Amo la sua generosità narrativa e la leggerezza espressiva, davvero un eccellente esempio di stile e di filosofia professionale per chiunque ami la scrittura. Ma soprattutto adoro la sua invenzione di un linguaggio siciliano prodigiosamente universale. Non è poco in un’epoca in cui persino la bandiera dei dialetti può essere sventolata in chiave antitaliana».

Dal cinema torniamo all’attualità. Parti della Sicilia franano. Dinnanzi a dei «disastri annunciati» che potrebbero essere evitati, qual è il suo stato d’animo?
«Una rabbia profonda. Il disgusto di sentirsi dire puntualmente che ogni disastro nel nostro paese era prevedibile e solo per l’ignavia di qualcunonon siamo riusciti ad evitarlo. Anche se fosse vero solo per il cinquanta per cento dei casi, ci sarebbe di che indignarsi».

Accanto ad una Sicilia che non funziona, ve ne è un’altra dinamica, vivace, coraggiosa.Vi sono persone che si affermano nei campi della cultura, dello spettacolo, delle professioni. Vi sono imprenditori che nonsolo conquistano spazi nei mercati nazionali ed internazionali, ma hanno ingaggiato una lotta serrata contro la mafia. Cosa ha provato quando la Confindustria siciliana guidata da Lo Bello e Montante ha lanciato la battagliacontro il racket delle estorsioni?
«Lei ha ricordato Wittgenstein. Per il quale ogni cosa equivale a ciò che è unito a ciò che non lo è. Intendo che la Sicilia è una sola, non due accanto. E i siciliani quando occorre sono coraggiosi. Già cento anni fa sulla mafia sapevano tutto e tutto avevano detto. C’è un manoscritto dell’allora questore di PalermoSangiorgi di circa mille pagine, mi pare. Non fu coerente, dopo, il comportamento dell’intero Stato e della società civile. Gli atti della Confindustria segnano un confine: si è oltrepassato ogni limite, è arrivato il tempo del coraggio. E della coerenza… Mi aspetto che la Confindustria promuova maggiori investimenti privati in Sicilia. Ognuno è bene che agisca, sulla lunga durata, con i propri mezzi». Cosa pensa dell’atteggiamento del presidente del Consiglio nei confronti della stampa che lo critica? Quanto pesa in negativo il conflitto di interessi sulla vita politicaesociale dell’Italia? «Niente di particolare. La libertà deve valere per tutti. Per la stampa, senza alcun dubbio, ma anche per il Presidente del Consiglio. Chiunque ingaggia una battaglia sa bene che a combattere si è almeno in due. Del conflitto di interessi penso che si sia fatto pesantissimo. Tutte le grandi questioni che non si sa, o forse non si vuole, o non si riesce comunque a risolvere, divengono un ingombro inerte per il confronto politico e per il rapporto tra la politica e i cittadini. Se fosse una sceneggiatura la soluzione la si cercherebbe nel “rovescio”, ovvero il capovolgimento inaspettato dei ruoli: il cattivo diviene buono e il buono cattivo. Ma temo che rendere il conflitto di interessi una occasione storica per l’avanzamento della nostra democrazia non sia realistico. Almeno per il momento. Bene che vada, occorrono anni e anni. La questione è concretissima e piena di nodi ben stretti, ogni volta che si provi a scioglierne uno si provocano grandi contrapposizioni».

Perché un intellettuale come Tornatore riesce a criticare il ministro Brunetta in maniera più incisiva di tanti politici dell’opposizione? «Forse perché i politici, persino quelli dell’opposizione, non si intendono più tanto di cinema. Se conoscessero la fatica e il dolore che c’è dietro ogni film, avrebbero avuto più argomenti per ribattere ai deliri antiparassitari di Brunetta».

È ottimista sul futuro dell’Italia?
«Ottimista, certo. Come solo un pessimista sa esserlo».
27 ottobre 2009

Fonte: www.unita.it

Equilibrio Precario – primo trailer

Il primo trailer realizzato per Equilibrio Precario, il documentario indipendente sulla precarietà delle condizioni di vita nella società italiana di oggi.